interaction design & post-post-fordista
15.05.2009
Mi chiamo Enrico Viola, sono laureato in antropologia culturale e semiotica e, per mestiere, mi occupo di interaction design. L’idea delle mie comparsate sul blog di Edo è nata da una serie di chiacchierate sui processi creativo/produttivi nel particolare momento storico che stiamo vivendo; in breve ci si è trovati a riflettere sull’esigenza di boicottare la stagnazione di un sistema tutto concentrato a lamentarsi per la propria crisi.
In questa direzione, Edo sta sperimentando da tempo, lavorando sulle immagini, sugli strumenti per realizzarle e sui supporti sui quali fissarle, usando la tecnologia per ottenere il massimo dell’indipendenza da sistemi di produzione che percepisce come troppo standardizzati e immobili; abbiamo provato a dare un nome questa filosofia un po’ anarchico-donchisciottesca, per ora l’abbiamo definita (un po’ goliardicamente) come un processo creativo post-post-fordista. Le mie columns sul blog vogliono essere una specie di diario di questa avventura.
Quando si entra nello studio di Edo per la prima volta, la prima cosa che si nota è la composizione elegantemente essenziale degli spazi: linee semplici e pulite dividono il nero della sala di posa, dal bianco e dal verde acido (o verde-edo, come ho velocemente iniziato a chiamarlo) di pareti e porte, mentre, seminascosta tra sedute in materiali ostentatamente sintetici (dal plexiglass al cartone), emerge una piccola giungla di orchidee.
Tutto sembra in equilibrio tra l’high-tech e un minimalismo di sapore quasi orientale, di conseguenza, se si sbircia nella stanza attrezzata per la post-produzione, non sorprende riconoscere le forme, ancora una volta tecnologiche e minimal, dei Mac. Poi lo sguardo si muove sulla scrivania, indugia un momento sulle tastiere bianche illuminate dai led azzurri dei monitor e finisce per posarsi su di un oggetto strano: una specie di pressa in metallo nero. E a quel punto si potrebbe essere tentati di chiedersi: “e questo ferro da officina cosa c’entra qui?”.
Nel caso in cui si decidesse di rivolgersi a Edo per levarsi il dubbio, lui risponderebbe con naturalezza: “Ah sì, quella è la mia punzonatrice”. Questa risposta probabilmente creerebbe uno straniamento ancora maggiore, non solo perché l’oggetto continuerebbe a sembrare anacronisticamente antico su quella scrivania, ma anche perché la maggior parte delle persone non ha la più pallida idea di cosa sia una punzonatrice.
In realtà basta fermarsi ad osservare più da vicino come si lavora in quello studio, per accorgersi che questa macchina tutt’altro che tecnologica è ben lungi dall’essere fuori posto: le foto digitali vengono stampate su carte di pregio che valorizzino le immagini e confezionate in volumi rilegati in materiali piacevoli al tatto, che iniziano a raccontare la storia che contengono, già con la loro materialità.
La volontà di accostare l’incorporeità del digitale a materie prime ricercate, strumenti tecnologicamente avanzati a tecniche quasi dimenticate, nasce, come mi ha spiegato Edo stesso mentre eravamo alle prese con un’abbondante porzione di pere e gorgonzola, dal bisogno di andare avanti senza perdere di vista il passato. Questa dichiarazione di poetica, che di primo acchito può sembrare un po’ sibillina, mi è subito piaciuta perché mi sembra dar voce in maniera convincente a un’esigenza che in questo periodo sta emergendo negli ambiti più diversi: gli strumenti si sono evoluti a una velocità impressionante, inedita in ogni altro periodo storico e, nello sforzo di tenere il passo, spesso si è perso qualcosa per la strada.
Si può fare qualche esempio. In ambito energetico si è dovuti arrivare alla crisi e alla minaccia della catastrofe naturale per ricordarsi che ci sono metodi alternativi ai combustibili fossili per ricavare energia: ad esempio, rivisitando lo schema di un vecchio mulino a vento alla luce dell’ingegneria moderna si ottiene un’ottima centrale eolica. In ambito musicale c’è chi, alla ricerca del proprio suono, ha iniziato ad accostare antichi strumenti folk a campionatori e sintetizzatori. Nei trasporti urbani sempre più persone si accorgono che SUV superaccessiorati e fuoriserie sono infinitamente meno pratici ed efficienti della cara vecchia bicicletta.
In sostanza lo strumento di ultima generazione non è un valore in sé: ne acquista nel momento in cui, inserito in un contesto, consenta una maggiore efficienza rispetto ai suoi predecessori. Se poi accade che, nella ricerca di questa efficienza, si sente la pulsione di rivisitare, in toto o in parte, tecniche e mestieri fino a quel momento dimenticati o considerati obsoleti, perché non farlo? In fondo si tratta di un’operazione non molto distante dai montaggi di generi e registri tipici del postmoderno.
La famosa punzonatrice di fianco ai Mac riflette questo tipo di ottica: Edo mette al centro del suo lavoro il contenuto della storia che vuole far raccontare alle immagini. Per arrivare a quel contenuto passa al setaccio ogni aspetto tecnico, tradizionale, espressivo del suo mestiere, seleziona gli elementi che lo interessano, trova per loro un equilibrio e, alla fine, li punzona con il suo marchio.
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